venerdì 18 marzo 2011

RUN BABY, RUN ...

d Lucilla Calabria
«Scrivi un pezzo per il blog sull’aperitivo di tesseramento che abbiamo organizzato domenica», sono giorni che mi risuonano in testa queste parole del coordinatore del mio circolo. Sono giorni che mi invento improrogabili impegni dietro cui mi nascondo aspettando l’ispirazione che prima o poi verrà. «Devi scrivere!» mi ripeto;«lo so da sola, taci! » mi rispondo.
Esco a prendere una boccata d’aria, un po’ di ossigeno non può che farmi bene. Nel mio vagare solitario incontro Alma, ci salutiamo come al solito: «Ciao Peppino!», «Ciao Totò!». Ci piace molto chiamarci così perché un po’lo siamo nelle nostre rispettive vite. E’bella Alma. Dimostra meno dell’età che ha e i suoi occhi riflettono il bagliore luminoso proprio di chi ha visto il buio per troppi anni.
Ha due figlie e fino a qualche tempo fa aveva un compagno che la amava e un casa che curava con devozione. Si è vero, ogni tanto Lui le dava una sberla ma era solo perché la camicia non era stirata bene in fondo se l’era meritata. Anche quella volta che c’era da pagare le bollette e lei se n’è dimenticata per occuparsi della figlia più piccola sono volate botte, parecchie. Alma diceva che se le meritava tutte, che era lei a volersene. Alle sue figlie nascondeva quel grosso livido sul braccio ma il graffio sulla guancia non poteva nasconderlo: «me lo sono fatto accidentalmente» diceva alle ragazze. Loro non dovevano sapere che la loro mamma era così inetta da meritare le botte dal loro papà.
Nascondeva i lividi, Alma; nascondeva i graffi e i segni sulla pelle, ma non poteva nascondere i segni e i graffi sull’anima.
Una notte serena di Aprile Alma sente un boato, il letto trema, le parenti tramano, tutto intorno trema. Guarda l’orologio: sono le 3.32. E’ l’Orco. Tutto crolla intorno a lei, la sua casa e le sue certezze. Si precipita in camera delle sue figlie «Via via, dobbiamo scappare, sennò moriamo tutti!» grida. Le ragazze sono intrappolate ma lei è più forte  e urla più che può:«Via via. Dobbiamo andare via di qui». Sa bene Alma che non sta scappando dall’Orco, ma sta scappando da Lui. Da Lui che la picchierà ancora una volta se lei non riuscirà a tirare fuori dai loro letti le bimbe. Lascia tutto in casa, corre via con le cose più preziose che ha: le sue figlie. Corre, Alma, corre. Corre lontano dal terrore perché sa che solo così può mettersi in salvo.
Nel suo racconto lucido c’è la consapevolezza di essersi salvata;la guardo mentre parla, mi aspetto una lacrima e invece sboccia in un sorriso: «Sono innamorata» -mi dice-«e continuo a credere nell’amore: vuol dire che non mi hanno UCCISA». No, Alma, non ti hanno uccisa. Non ti ha uccisa l’Orco che ha distrutto la tua casa e non ti ha uccisa l’orco in giacca e cravatta che dormiva con te.
Ho raccontato questa storia perché per una Alma (il nome è fittizio per tutelare la privacy della vera Alma) che si ribella ce ne sono cento che non ce la fanno e soccombono.
Siamo un Paese che ha appena compiuto 150 anni di Unità, ma siamo anche un Paese che con troppa ipocrisia finge di non sapere quanto alta sia l’incidenza della violenza domestica nella vita delle Italiane. Una Nazione che si dice civile non può accettare tacitamente una tale vergogna e non basta avere una legge contro lo stalking e le molestie in generale; sono le violenze fisiche e psicologiche a dover essere punite con pene tanto più aspre quanto più stretto è il grado di parentela che c’è tra chi la violenza la compie e chi la subisce.
Invece troppo spesso si “giustifica” la violenza perché è il fidanzato o il marito a commetterla, come se mariti e fidanzati fossero automaticamente autorizzati a picchiare le loro compagne.
La mia giovanissima Nazione ha ancora molto cammino da fare su questo terreno, ma intanto
Buon Compleanno Italia!

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