domenica 27 marzo 2011

CONTRO GHEDDAFI. CONTRO LA GUERRA. CON L'ONU

Al quinto giorno dall’inizio dell’intervento militare internazionale in Libia vorremmo provare a condividere, in modo del tutto pacato e privo di velleità polemiche, alcune riflessioni su quello che è avvenuto, in modo via via sempre piu’ tumultuoso, negli ultimi giorni.
La risoluzione 1973 dell’ONU del 17 marzo prevede e autorizza l’istituzione della No Fly Zone sui cieli della Libia e ogni misura adatta a proteggere la popolazione libica, escludendo esplicitamente qualunque ipotesi di occupazione militare da parte di forze straniere. In questa cornice le considerazioni avanzate dal Presidente della Repubblica Napolitano in merito ai vincoli delineati dalla nostra Costituzione appaiono sostanzialmente corrette dal punto di vista formale, riferendosi a un intervento il cui iniziale risultato è stato, concretamente, quello di impedire che le forze armate libiche fedeli a Ghedaffi e i mercenari stranieri ad esse aggregate impegnassero la città e la popolazione di Bengasi in una sanguinosa battaglia urbana, il cui esito piu’ probabile sarebbe stato il definitivo soffocamento nel sangue della rivolta popolare libica. Se oggi è possibile richiedere che sia aperto un tavolo di trattative è anche perché è stata impedita una vittoria militare di Ghedaffi che avrebbe reso superflua qualunque ipotesi di soluzione politica della crisi, che – è bene ricordarlo – ha assunto da settimane le caratteristiche di una guerra combattuta da un regime dittatoriale contro una larga parte del proprio popolo.
Tuttavia le operazioni militari, avviate da un’eterogenea alleanza internazionale di cui sfuggono non solo i reali obiettivi politici ma anche l’effettiva capacità di coordinare e gestire le operazioni stesse, pone il rischio concretissimo di un’escalation militare incontrollabile, dove la funzione dello strumento militare non appare piu’ essere leva di un’energica iniziativa diplomatica, ma semplicemente strumento di potenza diretto da governi interessati a seconda dei casi a garantire o modificare i propri interessi economici e geopolitici in Libia, fuori da qualunque mandato ONU. E’ evidente ad esempio lo scarto tra l’atteggiamento assunto dal governo francese nei confronti della “Rivoluzione dei Gelsomini” in Tunisia e della guerra civile avviatasi in Libia.
Per questo, ora che è stata evitata la liquidazione violenta della rivolta libica,  è indispensabile e urgente chiedere che vengano immediatamente sospese tutte le azioni militari sulla Libia, stabilito un cessate il fuoco che coinvolga tutte le parti in lotta, attivati corridoi umanitari che garantiscano l’assistenza alla popolazione civile, sospese tutte le restrizioni che oggi impediscono di garantire sul suolo europeo, e italiano in primo luogo, l’adeguata accoglienza ai profughi in fuga dalle coste nordafricane. E’, in altre parole, indispensabile che le armi tacciano e che la diplomazia internazionale torni protagonista, riaffermando in questo contesto la centralità dell’ONU di concorso con la Lega Araba e l’Unione Africana.
Giusto e sacrosanto quindi, non solo in termini di principio, il nostro “no alla guerra”, tanto piu’ quando si riaffaccia il cinico artificio dialettico della “guerra umanitaria” con cui ciclicamente si cerca di narcotizzare la coscienza civile dell’opinione pubblica nazionale e internazionale di fronte al dramma e all’orrore dei conflitti armati. Del resto, come scriveva Orwell, “la guerra non è fatta per essere vinta, è fatta per non finire mai”.
In questo senso troviamo assolutamente ingeneroso ed incomprensibilmente aspro l’attacco rivolto da Cohn-Bendit a Vendola. Tuttavia il leader dei Verdi europei ci rivolge critiche che per quanto taglienti non possono essere archiviate come mere provocazioni, ma sulle quali crediamo sia opportuno soffermasi con un approccio piu’ problematico. Non ci riferiamo solo al tema assai complesso dell’uso della forza per difendere la popolazione civile – di fronte al quale personalmente ci interroghiamo esercitando gli stessi dubbi che Alex Langer pose all’inizio degli anni ’90 rispetto a ciò che avveniva nella ex-Jugoslavia – ma soprattutto alla questione, tutta politica, del valore che noi e piu’ in generale la sinistra europea assegniamo alle rivolte arabe e in particolare a quella libica.
La rivolta libica non è assimilabile a nessun’altra esperienza nel mondo arabo, non solo per la sua involuzione in conflitto armato ma anche per la diversa composizione del tessuto sociale e politico che la innerva. Non è l’Egitto, dove la presenza di movimenti islamici secolaristi, liberali, laici e nazionalisti garantisce un pluralismo forse capace, almeno in linea teorica, di strutturare un nuovo sistema politico di carattere democratico. Non è la Tunisia, dove il ruolo svolto nella “Rivoluzione dei Gelsomini” dall’ Union Générale Tunisienne du Travail nonchè da numerosi partiti e movimenti laici e di sinistra lascia presupporre una possibile svolta democratica di segno maggiormente progressista. Non è neppure lo Yemen, dove nonostante l’arretratezza strutturale del Paese e la forte frammentazione della sua società sono presenti all’interno del movimento di protesta forze progressiste attive e radicate come lo Yemeni Socialist Party.
La rivolta libica dunque presenta incognite maggiori e diverse e tuttavia è una rivolta popolare, soprattutto giovanile, contro un regime dittatoriale e crediamo sia giusto dichiarare il nostro sostegno a chi oggi in Libia lotta per la libertà. I giovani libici sono stati costretti dalla repressione militare di Ghedaffi a fare la scelta che è stata fortunatamente risparmiata ai loro coetanei tunisini e egiziani, cioè combattere. E’ una differenza enorme, incolmabile, che pone a noi per primi dubbi e incertezze ma non a sufficienza per non scegliere, seppur con sofferenza, di rivolgere la nostra simpatia a chi si ribella in nome della libertà e proviamo profonda vergogna quando sentiamo Berlusconi, il Capo del governo italiano, addolorarsi per le sorti di Ghedaffi. Incredibile, ma anche in piena emergenza politica, militare e umanitaria il Presidente del Consiglio trova il modo di umiliare il nostro Paese di fronte a un dittatore al quale, con incredibile disinvoltura, si è passati nel giro di una notte dal baciare la mano al lanciare missili!
In tal senso ci pare sicuramente corretta ma insufficiente la parola d’ordine “contro Ghedaffi, contro la guerra”, nella misura in cui non emerge con la dovuta forza la nostra vicinanza a chi si ribella contro un regime dittatoriale, così come non risulta chiaro il ruolo che intendiamo riconoscere all’ONU, come principale soggetto chiamato ad attuare e realizzare quelle soluzioni diplomatiche e umanitarie per altro da noi auspicate.
Non ci interessa ovviamente aprire un dibattito tra noi sulla posizione assunta da SEL sulla vicenda libica, nella misura in cui in buona parte ci sentiamo di condividerla. Tuttavia ci pare utile far emergere che su una vicenda così complessa SEL è attraversata da una pluralità di posizioni e sensibilità che il documento nazionale recupera e rappresenta solo parzialmente. E invece ci sono, con un enorme carico di dubbi e sofferenza e, probabilmente, non potrebbe essere diversamente data la portata e per l’appunto la complessità della situazione. Non vogliamo scegliere tra pace e libertà, una parola che come SEL abbiamo inteso fin dall’inizio recuperare al lessico e al patrimonio etico e valoriale della sinistra italiana.
Ha ragione Vendola quando dice che la libertà non viaggia sulle ali dei bombardieri, come aveva ragione chi sosteneva che non c’è pace senza libertà. E noi abbiamo il dovere di rivendicare, di fronte al cinismo delle cancellerie e dei governi occidentali, esattamente questo: pace e libertà per il popolo libico.

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