giovedì 31 marzo 2011

PRESENTAZIONE DEL LIBRO "NICHI VENDOLA. COMIZI D'AMORE" A CURA DI LUCA TELESE

Venerdì 8 aprile 2011 alle ore 18.30 presso la libreria Universitas di Francavilla al Mare in Piazza Sirena, 9 si terrà la presentazione del libro "Nichi Vendola. Comizi d'Amore". Sarà presente il curatore del libro Luca Telese, giornalista de Il Fatto Quotidiano e conduttore della trasmissione televisiva In Onda su La7. 
All'incontro parteciperanno Moreno Bernini, Presidente dell'associazione Buendia e Francesca Rasetta di Sinistra ecologia libertà di Francavilla al Mare con la moderazione della giornalista Rai Maria Rosaria La Morgia.




domenica 27 marzo 2011

CONTRO GHEDDAFI. CONTRO LA GUERRA. CON L'ONU

Al quinto giorno dall’inizio dell’intervento militare internazionale in Libia vorremmo provare a condividere, in modo del tutto pacato e privo di velleità polemiche, alcune riflessioni su quello che è avvenuto, in modo via via sempre piu’ tumultuoso, negli ultimi giorni.
La risoluzione 1973 dell’ONU del 17 marzo prevede e autorizza l’istituzione della No Fly Zone sui cieli della Libia e ogni misura adatta a proteggere la popolazione libica, escludendo esplicitamente qualunque ipotesi di occupazione militare da parte di forze straniere. In questa cornice le considerazioni avanzate dal Presidente della Repubblica Napolitano in merito ai vincoli delineati dalla nostra Costituzione appaiono sostanzialmente corrette dal punto di vista formale, riferendosi a un intervento il cui iniziale risultato è stato, concretamente, quello di impedire che le forze armate libiche fedeli a Ghedaffi e i mercenari stranieri ad esse aggregate impegnassero la città e la popolazione di Bengasi in una sanguinosa battaglia urbana, il cui esito piu’ probabile sarebbe stato il definitivo soffocamento nel sangue della rivolta popolare libica. Se oggi è possibile richiedere che sia aperto un tavolo di trattative è anche perché è stata impedita una vittoria militare di Ghedaffi che avrebbe reso superflua qualunque ipotesi di soluzione politica della crisi, che – è bene ricordarlo – ha assunto da settimane le caratteristiche di una guerra combattuta da un regime dittatoriale contro una larga parte del proprio popolo.
Tuttavia le operazioni militari, avviate da un’eterogenea alleanza internazionale di cui sfuggono non solo i reali obiettivi politici ma anche l’effettiva capacità di coordinare e gestire le operazioni stesse, pone il rischio concretissimo di un’escalation militare incontrollabile, dove la funzione dello strumento militare non appare piu’ essere leva di un’energica iniziativa diplomatica, ma semplicemente strumento di potenza diretto da governi interessati a seconda dei casi a garantire o modificare i propri interessi economici e geopolitici in Libia, fuori da qualunque mandato ONU. E’ evidente ad esempio lo scarto tra l’atteggiamento assunto dal governo francese nei confronti della “Rivoluzione dei Gelsomini” in Tunisia e della guerra civile avviatasi in Libia.
Per questo, ora che è stata evitata la liquidazione violenta della rivolta libica,  è indispensabile e urgente chiedere che vengano immediatamente sospese tutte le azioni militari sulla Libia, stabilito un cessate il fuoco che coinvolga tutte le parti in lotta, attivati corridoi umanitari che garantiscano l’assistenza alla popolazione civile, sospese tutte le restrizioni che oggi impediscono di garantire sul suolo europeo, e italiano in primo luogo, l’adeguata accoglienza ai profughi in fuga dalle coste nordafricane. E’, in altre parole, indispensabile che le armi tacciano e che la diplomazia internazionale torni protagonista, riaffermando in questo contesto la centralità dell’ONU di concorso con la Lega Araba e l’Unione Africana.
Giusto e sacrosanto quindi, non solo in termini di principio, il nostro “no alla guerra”, tanto piu’ quando si riaffaccia il cinico artificio dialettico della “guerra umanitaria” con cui ciclicamente si cerca di narcotizzare la coscienza civile dell’opinione pubblica nazionale e internazionale di fronte al dramma e all’orrore dei conflitti armati. Del resto, come scriveva Orwell, “la guerra non è fatta per essere vinta, è fatta per non finire mai”.
In questo senso troviamo assolutamente ingeneroso ed incomprensibilmente aspro l’attacco rivolto da Cohn-Bendit a Vendola. Tuttavia il leader dei Verdi europei ci rivolge critiche che per quanto taglienti non possono essere archiviate come mere provocazioni, ma sulle quali crediamo sia opportuno soffermasi con un approccio piu’ problematico. Non ci riferiamo solo al tema assai complesso dell’uso della forza per difendere la popolazione civile – di fronte al quale personalmente ci interroghiamo esercitando gli stessi dubbi che Alex Langer pose all’inizio degli anni ’90 rispetto a ciò che avveniva nella ex-Jugoslavia – ma soprattutto alla questione, tutta politica, del valore che noi e piu’ in generale la sinistra europea assegniamo alle rivolte arabe e in particolare a quella libica.
La rivolta libica non è assimilabile a nessun’altra esperienza nel mondo arabo, non solo per la sua involuzione in conflitto armato ma anche per la diversa composizione del tessuto sociale e politico che la innerva. Non è l’Egitto, dove la presenza di movimenti islamici secolaristi, liberali, laici e nazionalisti garantisce un pluralismo forse capace, almeno in linea teorica, di strutturare un nuovo sistema politico di carattere democratico. Non è la Tunisia, dove il ruolo svolto nella “Rivoluzione dei Gelsomini” dall’ Union Générale Tunisienne du Travail nonchè da numerosi partiti e movimenti laici e di sinistra lascia presupporre una possibile svolta democratica di segno maggiormente progressista. Non è neppure lo Yemen, dove nonostante l’arretratezza strutturale del Paese e la forte frammentazione della sua società sono presenti all’interno del movimento di protesta forze progressiste attive e radicate come lo Yemeni Socialist Party.
La rivolta libica dunque presenta incognite maggiori e diverse e tuttavia è una rivolta popolare, soprattutto giovanile, contro un regime dittatoriale e crediamo sia giusto dichiarare il nostro sostegno a chi oggi in Libia lotta per la libertà. I giovani libici sono stati costretti dalla repressione militare di Ghedaffi a fare la scelta che è stata fortunatamente risparmiata ai loro coetanei tunisini e egiziani, cioè combattere. E’ una differenza enorme, incolmabile, che pone a noi per primi dubbi e incertezze ma non a sufficienza per non scegliere, seppur con sofferenza, di rivolgere la nostra simpatia a chi si ribella in nome della libertà e proviamo profonda vergogna quando sentiamo Berlusconi, il Capo del governo italiano, addolorarsi per le sorti di Ghedaffi. Incredibile, ma anche in piena emergenza politica, militare e umanitaria il Presidente del Consiglio trova il modo di umiliare il nostro Paese di fronte a un dittatore al quale, con incredibile disinvoltura, si è passati nel giro di una notte dal baciare la mano al lanciare missili!
In tal senso ci pare sicuramente corretta ma insufficiente la parola d’ordine “contro Ghedaffi, contro la guerra”, nella misura in cui non emerge con la dovuta forza la nostra vicinanza a chi si ribella contro un regime dittatoriale, così come non risulta chiaro il ruolo che intendiamo riconoscere all’ONU, come principale soggetto chiamato ad attuare e realizzare quelle soluzioni diplomatiche e umanitarie per altro da noi auspicate.
Non ci interessa ovviamente aprire un dibattito tra noi sulla posizione assunta da SEL sulla vicenda libica, nella misura in cui in buona parte ci sentiamo di condividerla. Tuttavia ci pare utile far emergere che su una vicenda così complessa SEL è attraversata da una pluralità di posizioni e sensibilità che il documento nazionale recupera e rappresenta solo parzialmente. E invece ci sono, con un enorme carico di dubbi e sofferenza e, probabilmente, non potrebbe essere diversamente data la portata e per l’appunto la complessità della situazione. Non vogliamo scegliere tra pace e libertà, una parola che come SEL abbiamo inteso fin dall’inizio recuperare al lessico e al patrimonio etico e valoriale della sinistra italiana.
Ha ragione Vendola quando dice che la libertà non viaggia sulle ali dei bombardieri, come aveva ragione chi sosteneva che non c’è pace senza libertà. E noi abbiamo il dovere di rivendicare, di fronte al cinismo delle cancellerie e dei governi occidentali, esattamente questo: pace e libertà per il popolo libico.

NUCLEARE NO GRAZIE!

di Umberto Guidoni
Quello che serve è lo sviluppo sociale
Dopo aver proclamato le “magnifiche sorti e progressive” dell’atomo, dopo avere giurato e spergiurato che “senza il nucleare l’Italia era destinata al fallimento”, che il “costo dell’energia elettrica in Italia era tutta colpa del referendum anti-nucleare” la maggioranza fa dietrofront. Una ritirata senza ripensamenti, senza una analisi tecnica che ci dica cosa è cambiato e perché, in una settimana, il nucleare non è più urgente e indispensabile per il futuro del paese.
A dire il vero la Prestigiacomo ha parlato chiaro: “… non possiamo perdere le elezioni per il nucleare…”. Questa frase, carpita da un microfono aperto, più di altre ci fa capire quale sia il senso delle istituzioni di questa maggioranza, quale sia la loro idea di governo.  I problemi del paese si agitano non perché ci sia una strategia per affrontarli ma come una clava per colpire i nemici politici.  Il nucleare, come la giustizia e la sicurezza, servono soprattutto come argomenti per blandire l’opinione pubblica. Ed allora si fanno dichiarazioni mirabolanti senza contradittorio, senza prove e si tenta di “inculcare” – secondo un’infelice espressione del capo del governo – un pensiero unico.
Se non riscuotono successo, come a teatro, si passa al prossimo spettacolo in cartellone. Le priorità del governo cambiano, di settimana in settimana, in base alle esigenze della maggioranza: talvolta per accontentare le lobby affaristiche, a volte semplicemente in base alle mutevoli priorità personali del premier. E’ una sorta di campagna elettorale permanente dove si lanciano proclami e si varano iniziative di governo, non per affrontare le priorità nazionali ma in base ai risultati dei sondaggi.
Se non ci fosse stata la tragedia giapponese sarebbero andati avanti sul nucleare con la sicumera di chi sta facendo una operazione “epocale” per salvare il paese (come per la scuola, l’università e la giustizia). Oggi hanno messo la sordina, propongono la moratoria di un anno perché il nucleare ha perso “appeal” nei sondaggi e il tema delle centrali atomiche torna in soffitta, magari per essere rispolverato prima della fine della legislatura. Per questo non bisogna fare l’errore di trascurare il referendum, dobbiamo essere certi che i cittadini si esprimano sul nucleare per bloccare definitivamente ogni colpo di coda di questa maggioranza.
In questo distacco fra bulimia delle dichiarazioni e l’assenza di risposte ai problemi reali, chi paga il prezzo più alto è l’Italia che è spinta sempre più ai margini dell’Europa. Senza una politica energetica chiara e allineata con quella europea,  il nostro paese rischia di trovarsi su un binario morto, perché comunque sulla “favola nucleare” ha dilapidato risorse preziose che potevano essere usate per accelerare l’abbandono dei combustibili fossili e l’approdo verso le rinnovabili e una maggiore efficienza energetica.
Si parla tanto di “responsabilità civile” dei giudici ma dovremmo parlare della responsabilità civile di quei ministri che hanno fatto scelte che danneggiano gli interessi degli italiani.
Non c’è emotività tra chi si oppone al nucleare e non vogliamo che ce ne sia. Ci sono analisi, studi, ragionamenti che conducono tutti ad una sola conclusione. Per uscire dalla crisi economica, sociale ed ambientale non abbiamo bisogno di costruire centrali nucleari, ma abbiamo bisogno di ripensare il significato dello sviluppo che non può essere più inteso come crescita continua dei consumi ma deve diventare sviluppo sociale, dei servizi, della cultura.  Rispetto a questo, la scelta energetica non è neutrale e, soprattutto, non può più aspettare!
Tra chi chiede di confrontarsi sui dati reali e chi è abituato a discutere dei sondaggi, chi prende decisioni sotto l’onda dell’emotività? Chi è antiscientifico?

lunedì 21 marzo 2011

LA LEZIONE DELLA STORIA CI DICE DI RINUNCIARE ALL'OPZIONE NUCLEARE

Il dubbio è un principio che orienta la nostra capacità di ricerca. Possibile che in Italia non sia ospitata la politica del dubbio? Che a Palazzo Chigi non si sia pensato che davanti a ciò che succede in Giappone, ci si debba pensare un attimo a riflettere? Le nostre decisioni politiche possono condizionare la vita delle persone e delle generazioni, possono cambiare l'ambiente, la salute. Tutti vogliamo emanciparci dalla dittatura del petrolio. Ma il nucleare non è la risposta, ce lo dimostra la storia. Noi ci ribelliamo con tutte le nostre forze a modelli imposti, vogliamo andare verso le rinnovabili, verso le centrali piccole e diffuse, verso l'efficientamento energetico, il miglioramento delle reti energetiche. 






NO ALLA GUERRA E NO A GHEDDAFI. LA POSIZIONE UFFICIALE DI SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA'

Il Coordinamento Nazionale di Sinistra Ecologia Liberta’ ha approvato il seguente documento sulla vicenda libica:
La guerra contro la Libia è la risposta più sbagliata e pericolosa alla domanda di democrazia che si è affermata in tutto il Mediterraneo nel corso degli ultimi mesi. Chiediamo un immediato cessate il fuoco per consentire l’avvio di un negoziato tra le parti che abbia come interesse superiore quello della protezione delle popolazioni civili, con l’obiettivo di mantenere l’integrita’ e l’autonomia di quel Paese sotto un nuovo governo democratico. Chiediamo che si apra subito un corridoio umanitario per consentire ai profughi di salvarsi dalla guerra e l’immediata predisposizione degli strumenti piu’ adeguati per garantire ad essi un’accoglienza su tutto il territorio europeo
A meno di ventiquattro ore dall’avvio dei bombardamenti da parte della Coalizione dei volenterosi appare evidente che lo scenario più  probabile è quello di una vera e propria escalation militare, che potrebbe portare ad esiti che vanno ben oltre la stessa risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ivi compresa l’invasione militare terrestre delle forze della coalizione.
Il presidente Sarkozy ha ribadito, fin dall’avvio dei bombardamenti francesi, che l’obiettivo da perseguire è quello di “andare fino in fondo”, prefigurando uno scenario di guerra che è ben distante dalle iniziali dichiarazioni di protezione delle parti che avevano partecipato alla ribellione contro il regime totalitario del colonnello Gheddafi. Per questo, fin da subito, come Sinistra Ecologia Libertà, avevamo espresso la netta contrarieta’ per la parte della risoluzione 1973 che consentiva l’uso dell’offensiva militare ad una coalizione di cui, oggi, l’Italia fa pienamente parte. Questa risoluzione è tardiva, a fronte di una situazione sul campo libico che necessitava un celere intervento politico e diplomatico a favore degli insorti quando questi ultimi avevano il pieno controllo di una parte importante del Paese e prima che Gheddafi potesse riorganizzare le sue forze e procedere alla riconquista delle zone liberate dal suo regime. Le settimane che sono trascorse hanno evidenziato la debolezza dell’intervento politico della comunità internazionale, che non è riuscita neppure ad imporre le sanzioni economiche e commerciali che avrebbero davvero indebolito il regime di Gheddafi, dal congelamento dei conti e delle partecipazioni azionarie legate al rais fino all’indispensabile e totale embargo del commercio delle armi.
Siamo convinti che il principio della non interferenza negli affari dei singoli stati sia un delitto contro un principio più grande ed importante, quello del rispetto dei diritti umani. Siamo altresì convinti che ogni qual volta la parola “umanitario” si sia accostata alla guerra si siano prodotte violazioni e violenze ancora più gravi. La realpolitik seleziona i diritti umani a seconda degli obiettivi strategici. Accade così che in Yemen si spari sulla folla che protesta, provocando decine di vittime, che in Bahrein ci sia l’intervento repressivo dell’Arabia Saudita, per non parlare di quanto accade da anni in Somalia o, più recentemente, in Costa d’Avorio, senza che vi sia una reazione degna da parte della comunità internazionale a garanzia del principio, evidentemente per essa NON universale, della tutela dei diritti umani.
Consideriamo il colonnello Gheddafi uno dei peggiori dittatori del pianeta. Senza esitazioni, mentre gran parte dei paesi occidentali lo riveriva, ne abbiamo denunciato le nefandezze. Mentre il presidente del Consiglio Berlusconi si affannava nel baciamano al tiranno, grato per i suoi servigi economici ed ancor di piu’ per la ferocia con la quale la Libia controllava il flusso dei migranti dall’Africa, noi eravamo dalla parte di chi chiedeva la revoca del trattato con la Libia e l’immediata messa in opera di misure che proteggessero le vite dei migranti detenuti nel deserto libico.
Siamo stati fin dall’inizio e senza esitazioni dalla parte delle popolazioni che, sollevandosi, hanno rovesciato i regimi autocratici della Tunisia e dell’Egitto, cosi’ come abbiamo sostenuto e sosterremo le mobilitazioni per la liberta’ e la democrazia in Marocco, Algeria, Yemen, Bahrein e Albania. Lo abbiamo fatto con convinzione, sicuri che il complice silenzio di Paesi oggi in prima fila nella guerra, come la Francia e l’Italia, fosse motivato da opportunismo balbettante oltre che dalla reale incomprensione di cio’ che in quei Paesi stesse accadendo, a partire dalla scomparsa dell’orizzonte fondamentalista nella narrazione di quelle società. E’ evidente, infatti, che gli unici soggetti che avessero rapporti con quelle realta’ fossero le forze della societa’ civile internazionale, nelle quali pienamente ci riconosciamo, e non certo le diplomazie a lungo complici dei regimi.
Per noi il no alla guerra e l’inimicizia e l’avversione nei confronti di Gheddafi hanno ugual rilievo. Dobbiamo uscire dal vicolo cieco tra inerzia e guerra per generalizzare il tema dei diritti umani e della democrazia.
Per questo chiediamo che il nostro Paese non partecipi, in ottemperanza all’articolo 11 della Costituzione e anche in ragione del passato colonialista dell’Italia, alla guerra promossa dalla cosiddetta Coalizione dei volenterosi e che, al contrario, l’Italia si faccia promotrice di una iniziativa politica per determinare il cessate il fuoco e l’apertura del tavolo negoziale, oltre  a richiedere l’applicazione delle parti della risoluzione 1973 che consentirebbero di promuovere un’ intervento positivo per il cambio del regime e la protezione dei civili. Per ottenere questo risultato è fondamentale il coinvolgimento dell’Unione Africana e della stessa Lega Araba, che stanno prendendo pesantemente le distanze dall’intervento militare. Gli stessi Paesi che si sono astenuti sulla risoluzione 1973, a partire dalla Cina passando per la Germania, il Brasile e la Russia, stanno indicando nell’intervento militare una forzatura della stessa risoluzione. Insistiamo nel credere che sia il tempo del cessate il fuoco per consentire a forze  di interposizione sotto chiaro mandato dell’Onu, di Paesi che non abbiano partecipato all’attacco di queste ore e che non abbiano interessi economici diretti nell’area, di garantire la transizione alla democrazia e la protezione dei civili.
Siamo molto preoccupati per ciò che l’intervento militare può voler dire per le stesse domande di democrazia espresse in quell’area, pregiudicando la direzione progressista delle rivoluzioni arabe: dal silenzio dei governi occidentali alla guerra come unico strumento di relazione internazionale, siamo di fronte al peggior volto dell’occidente.
Riteniamo che ci debba essere un ruolo completamente diverso dell’Europa. L’iniziativa francese e l’inerzia tedesca rappresentano l’evidente assenza di una politica comune. Le pericolose dichiarazioni di irresponsabilità dei governi europei, in cui l’Italia tristemente primeggia, nei confronti dei profughi ne evidenzia la regressione culturale e civile. Essere una superpotenza affacciata su un mare in ebollizione comporta tutt’altre responsabilita’. Si adotti, quindi, una vera politica euro-mediterranea, che impedisca alla guerra di essere la “continuazione dell’inesistenza della politica”. Si affronti l’emergenza profughi sospendendo il Frontex e determinando una nuova politica di accoglienza ed integrazione di uomini e donne i cui diritti umani non possono essere difesi con le bombe nei Paesi di provenienza, per poi essere calpestati appena mettano piede sul suolo europeo. Non si dimentichi mai che la piu’ grande violazione dei diritti umani Gheddafi l’ha messa in opera proprio sui migranti, su mandato delle potenze europee, e che di queste violazioni in primo luogo dovrà rispondere al Tribunale penale internazionale. Una politica euromediterranea che sappia tutelare davvero i diritti e la sicurezza delle popolazioni, a partire dal riconoscimento dei diritti e della sicurezza reciproca di Israele e Palestina.
Siamo convinti che questo sia il momento di coinvolgere l’opinione pubblica in una generale mobilitazione per i diritti umani, la democrazia e la pace. Proprio per questo chiediamo di non militarizzare innanzitutto i pensieri, di non abbandonare mai lo spirito critico e la cognizione delle conseguenze che gli atti di queste ore possono determinare. La costruzione della pace è l’unica alternativa e non possiamo scoraggiarci dicendo che il suo raggiungimento sia pieno di ostacoli. Costruire la pace significa dire la verità, emanciparsi da ogni logica di campo, essere contro i dittatori senza esitazioni e stare sempre dalla parte delle popolazioni che subiscono le violenze delle guerre.

venerdì 18 marzo 2011

RUN BABY, RUN ...

d Lucilla Calabria
«Scrivi un pezzo per il blog sull’aperitivo di tesseramento che abbiamo organizzato domenica», sono giorni che mi risuonano in testa queste parole del coordinatore del mio circolo. Sono giorni che mi invento improrogabili impegni dietro cui mi nascondo aspettando l’ispirazione che prima o poi verrà. «Devi scrivere!» mi ripeto;«lo so da sola, taci! » mi rispondo.
Esco a prendere una boccata d’aria, un po’ di ossigeno non può che farmi bene. Nel mio vagare solitario incontro Alma, ci salutiamo come al solito: «Ciao Peppino!», «Ciao Totò!». Ci piace molto chiamarci così perché un po’lo siamo nelle nostre rispettive vite. E’bella Alma. Dimostra meno dell’età che ha e i suoi occhi riflettono il bagliore luminoso proprio di chi ha visto il buio per troppi anni.
Ha due figlie e fino a qualche tempo fa aveva un compagno che la amava e un casa che curava con devozione. Si è vero, ogni tanto Lui le dava una sberla ma era solo perché la camicia non era stirata bene in fondo se l’era meritata. Anche quella volta che c’era da pagare le bollette e lei se n’è dimenticata per occuparsi della figlia più piccola sono volate botte, parecchie. Alma diceva che se le meritava tutte, che era lei a volersene. Alle sue figlie nascondeva quel grosso livido sul braccio ma il graffio sulla guancia non poteva nasconderlo: «me lo sono fatto accidentalmente» diceva alle ragazze. Loro non dovevano sapere che la loro mamma era così inetta da meritare le botte dal loro papà.
Nascondeva i lividi, Alma; nascondeva i graffi e i segni sulla pelle, ma non poteva nascondere i segni e i graffi sull’anima.
Una notte serena di Aprile Alma sente un boato, il letto trema, le parenti tramano, tutto intorno trema. Guarda l’orologio: sono le 3.32. E’ l’Orco. Tutto crolla intorno a lei, la sua casa e le sue certezze. Si precipita in camera delle sue figlie «Via via, dobbiamo scappare, sennò moriamo tutti!» grida. Le ragazze sono intrappolate ma lei è più forte  e urla più che può:«Via via. Dobbiamo andare via di qui». Sa bene Alma che non sta scappando dall’Orco, ma sta scappando da Lui. Da Lui che la picchierà ancora una volta se lei non riuscirà a tirare fuori dai loro letti le bimbe. Lascia tutto in casa, corre via con le cose più preziose che ha: le sue figlie. Corre, Alma, corre. Corre lontano dal terrore perché sa che solo così può mettersi in salvo.
Nel suo racconto lucido c’è la consapevolezza di essersi salvata;la guardo mentre parla, mi aspetto una lacrima e invece sboccia in un sorriso: «Sono innamorata» -mi dice-«e continuo a credere nell’amore: vuol dire che non mi hanno UCCISA». No, Alma, non ti hanno uccisa. Non ti ha uccisa l’Orco che ha distrutto la tua casa e non ti ha uccisa l’orco in giacca e cravatta che dormiva con te.
Ho raccontato questa storia perché per una Alma (il nome è fittizio per tutelare la privacy della vera Alma) che si ribella ce ne sono cento che non ce la fanno e soccombono.
Siamo un Paese che ha appena compiuto 150 anni di Unità, ma siamo anche un Paese che con troppa ipocrisia finge di non sapere quanto alta sia l’incidenza della violenza domestica nella vita delle Italiane. Una Nazione che si dice civile non può accettare tacitamente una tale vergogna e non basta avere una legge contro lo stalking e le molestie in generale; sono le violenze fisiche e psicologiche a dover essere punite con pene tanto più aspre quanto più stretto è il grado di parentela che c’è tra chi la violenza la compie e chi la subisce.
Invece troppo spesso si “giustifica” la violenza perché è il fidanzato o il marito a commetterla, come se mariti e fidanzati fossero automaticamente autorizzati a picchiare le loro compagne.
La mia giovanissima Nazione ha ancora molto cammino da fare su questo terreno, ma intanto
Buon Compleanno Italia!

venerdì 11 marzo 2011

E' GIUNTO IL TEMPO CHE LA POLITICA INCONTRI LA VITA.

E’ con questa dichiarazione che il circolo di Chieti di Sinistra Ecologia Libertà ha deciso di organizzare domenica 13 marzo 2011 (dalle ore 18.00 presso il Bio Bar Terra Maja - via Mazzetti, 27) una festa di tesseramento con una speciale connotazione ecologica.
Fare in modo che la politica incontri la Vita implica riannodare le relazioni tra esseri umani, ricostruire una comunità ma anche mettere in relazione questa comunità, queste persone con il proprio territorio e con la propria terra.
Per questo motivo vogliamo utilizzare una occasione di convivialità per parlare di agricoltura biodinamica e biologica e per interrogarci su cosa può fare ognuno di noi davvero per costruire un Mondo migliore partendo da noi stessi, dalla nostra comunità, dal nostro territorio
L'agricoltura biologica è un tipo di agricoltura che considera l'intero ecosistema agricolo, sfrutta la naturale fertilità del suolo favorendola con interventi limitati, promuove la biodiversità dell'ambiente in cui opera ed esclude l'utilizzo di prodotti di sintesi (salvo quelli specificatamente ammessi dal regolamento comunitario) e organismi geneticamente modificati.
L'agricoltura biodinamica è un metodo di coltura fondato sulla visione spirituale antroposofica del mondo elaborata dal filosofo ed esoterista Rudolf Steiner e che comprende sistemi sostenibili per la produzione agricola, in particolare di cibo, che rispettino l'ecosistema terrestre includendo l'idea di agricoltura biologica e invitando a considerare come un unico sistema il suolo e la vita che si sviluppa su di esso.
Ne nasce un percorso virtuoso che unisce buone pratiche alimentari e produttive ad un uso più consapevole dei sistemi di distribuzione in un percorso di apprendimento culturale che provoca coscienza civile, solidarietà e salute.
Ed è con un augurio che vogliamo iniziare la nostra festa. L’augurio che la nostra iniziativa possa appassionare tanti e tante in un percorso di riscoperta della centralità della relazione tra persone e tra le persone ed il territorio; dell’ecologia e della tutela dei beni comuni; della partecipazione immediata (e non mediata) e diretta; della visione intergenerazionale che pretende che la nostra terra non sia solo nostra ma presa in prestito dalle future generazioni.
In questo contesto Sinistra Ecologia Libertà a Chieti si fa promotore di rivendicare che una Chieti Migliore è ancora possibile.








martedì 8 marzo 2011

IL PANE E LE MIMOSE

di Lucilla Calabria
8 Marzo 1908, New York. Da alcuni giorni 129 operaie dell'industria tessile Cotton sciopera per protestare contro le terribili condizioni in cui sono costrette a lavorare. Mr Johnson, il proprietario della fabbrica, non apprezza e le barrica nello stabilimento bloccando tutte le porte. Non è contento mr. Johnson e per
dimostrare chi comanda appicca il fuoco alla sua fabbrica e129 donne muiono arse vive. Centoventinove madri, mogli, fidanzate, spose, figlie, sorelle.
8 Marzo 1917, San Pietroburgo. Le donne della capitale guidano una grande manifestazione che rivendica la fine della guerra.
8 Marzo 2011, Italia. Dall’ultimo rapporto ISTAT sulla condizione delle donne in Italia il tasso di occupazione femminile –nella fascia di età 18-29 anni- è pari al 35,4% contro il 48,6% dei maschi.
Un terzo dei giovani occupati ha un titolo di studio più elevato di quello che servirebbe per svolgerlo, il che denota forte sottoutilizzo del capitale umano. Il fenomeno del sottoutilizzo della forza lavoro femminile è in continuo aumento negli ultimi anni: dal 28,5% del 2005, al 31,7% del 2007, al 33,8% del 2009. Le giovani presentano una percentuale di due punti più alta dei loro coetanei (34,8% contro 32,5%). Nel Sud la distanza è maggiore (5,5 punti: 38,7% contro 33,2%).
Le laureate sottoutilizzate raggiungono il 49,5% contro il 42% dei laureati. La differenza di genere in questo caso si accentua nel Sud con il 50,6% di laureate sottoutilizzate e il 39,8% di laureati.
Tra i diplomati emerge una differenza di genere che penalizza la componente maschile (48,7% contro il 41,9%).
Nella classe di età 18-29 anni sono 1 milione 153 mila le giovani Neet (acronimo inglese che sta per Not in Education, Employment or Training), cioè che non studiano né lavorano; più della metà (622 mila) vive al Sud e la metà (626 mila) ha tra 25 e 29 anni. In percentuale, le giovani che non studiano e non lavorano sono il 29,9%, un valore più alto di quello maschile (22,9%). Il livello è molto elevato tra le giovani con basso titolo di studio (43,8%), ma si mantiene intorno ad un quarto per le diplomate e laureate. Nel Sud le giovani Neet sono il 39,8%, contro il 22,8% del Nord e il 23,9% del Centro. Nel Sud è alta la percentuale di Neet anche tra i maschi (34,1%). Quasi una laureata su tre al Sud è Neet (il 31,3%), ma la percentuale risulta elevata anche tra le laureate nel Nord (20,9%) e nel Centro (25,3%).
Il tasso di disoccupazione femminile, per l’età 18-29 anni, è al 21,1%, contro il 18,4% di quello maschile. Il tasso di disoccupazione arriva al 33,1% al Sud, dove anche quello maschile è alto (28,4%). Con riferimento alle giovani tra i 18 e 19 anni, il tasso di disoccupazione femminile è molto più elevato – il 48,3%, con punte del 53,7% – al Sud, ma anche al Nord (42,6%) resta alto. Il tasso di inattività femminile è al 55,1%, contro il 44,4% dei coetanei maschi. Ciò è dovuto alla elevata presenza di studentesse, che rappresentano il 59,8% delle inattive.
La percentuale di donne giovani in part time è tripla rispetto a quella maschile (31,2% contro 10,4%) e si mantiene elevata anche per le laureate (24,1%). Nel Sud tale percentuale si attesta 38,1%, nel Centro al 32,5% e nel Nord al 27,5% (rispettivamente 11,8%,12,2% e 8,7% per la componente maschile). Il 64% delle donne di 18-29 anni dichiara di lavorare part time perché non ha trovato un lavoro a tempopieno. L’incidenza del part time involontario aumenta passando dal Nord (56,1%), al Centro (64,3%), al Mezzogiorno (76,1%). Le laureate presentano una percentuale inferiore, ma sempre elevata (57,2%).
Senza contare le donne che un’occupazione l’hanno sempre cercata ma non hanno mai trovata; le donne che a 35 anni decidono di diventare mamme e si vedono costrette ad dover lasciare il lavoro. Quelle che si spaccano la schiena per pochi euro al mese e rigorosamente in nero; quelle costrette a negare o –peggio- a negarsi una gravidanza, quelle che devono scegliere: o passi dal divano del “boss” o non lavori; quelle che una volta fuori dal mondo del lavoro non riescono a rientrarci.
Chiediamoci allora se sia il caso di festeggiare in questa data o se non sia meglio fermarsi a riflettere e celebrare l’8 marzo come una festività laica in onore di Santa Donna, da sempre vittima di iniquità.




LA FABBRICA DI CHIETI COME GRUPPO DI ACQUISTO SOLIDALE

di Gianni Carlone (Coordinatore della Fabbrica di Chieti)
Una delle iniziative più significative avviate dalla Fabbrica di Chieti è, senza dubbio, la costituzione al suo interno di un  Gruppo di Acquisto Solidale (GAS).
I GAS sono gruppi di acquisto che partono da un approccio critico al consumo di beni e servizi e che vogliono applicare il principio di equità e solidarietà ai propri acquisti.
In Italia questi gruppi non sono una assoluta novità. Il Panorama è vastissimo tanto da essere oggetto di numerose iniziative anche legislative. Nel Novembre 2007 la commissione bilancio del Senato della repubblica ha approvato un emendamento alla legge finanziaria relativo agli aspetti fiscali del GAS secondo cui l’attività di acquisto e distribuzione agli aderenti svolta dal GAS costituisce attività “non commerciale”. ( comma 47 bis L. finanziaria 2007).
Nel formalizzare la propria attività d’acquisto solidale la fabbrica di Chieti si è ispirata a 3 principi: la qualità del prodotto, la prossimità del produttore rispetto al gruppo (prodotti a KM zero), il rispetto dell’ambiente in tutta la filiera della produzione.
La qualità del prodotto è declinata nella ricerca di produttori che convergono, nella loro lavorazione, verso prodotti biologici e/o anche Biodinamici.
L'agricoltura biologica è un tipo di agricoltura che considera l'intero ecosistema agricolo, sfrutta la naturale fertilità del suolo favorendola con interventi limitati, promuove la biodiversità dell'ambiente in cui opera ed esclude l'utilizzo di prodotti di sintesi (salvo quelli specificatamente ammessi dal regolamento comunitario) e organismi geneticamente modificati.
L'agricoltura biodinamica è un metodo di coltura fondato sulla visione spirituale antroposofica del mondo elaborata dal filosofo ed esoterista Rudolf Steiner e che comprende sistemi sostenibili per la produzione agricola, in particolare di cibo, che rispettino l'ecosistema terrestre includendo l'idea di agricoltura biologica e invitando a considerare come un unico sistema il suolo e la vita che si sviluppa su di esso.
Nel tentativo di individuare i prodotti con la caratteristiche citate La Fabbrica di Chieti si ispira al criterio della Prossimità del Produttore alla residenza del consumatori con un duplice obiettivo.
In primis favorire la riscoperta e la costruzione di una Comunità tra produttori consapevoli ed illuminati e consumatori responsabili che sia da stimolo ed in grado di trasferire le prassi di buona produzione e di consumo critico e responsabile.
Vi è poi un modesto obiettivo di natura finanziaria
Appare sempre più rapida la dipendenza dei nostri consumi dalla grande distribuzione organizzata con la conseguenza di acquistare beni ( anche prossimi) a prezzi mediamente più elevati favorendo flusso di risorse finanziarie dalla periferia ( noi) verso il centro senza un effettiva piena redistribuzione di ritorno sul territorio.
Il gruppo d’acquisto solidale si pone dunque l’ambizione di distribuire ricchezza al produttore (più prossimo a noi) accorciando la filiera, incentivando la continuità della sua attività in modo equo e solidale ed arginando, per poco che sia, il flusso di denaro verso le grandi organizzazioni in favore dell’agricoltura e dei produttori selezionati.
Ne nasce un percorso virtuoso che unisce buone pratiche alimentari e produttive ad un uso più consapevole del denaro e dei sistemi di distribuzione in uno con l’avvio di un percorso di apprendimento culturale che provoca coscienza civile, solidarietà e salute.
L’obiettivo istituzionale della Fabbrica di Chieti è veicolare questa domanda di “economia solidale” nei contesti istituzionali. Infatti, se da un lato le attuali forme della rappresentanza politica lasciano insoddisfatti, incapaci di osare pensare un altro mondo possibile,  dall’altro è forte la domanda di NUOVA politica idonea a portare dentro i meccanismi regolativi ed istituzionali i valori e le prassi che sperimentiamo: centralità della relazione tra persone e comunità;sostenibilità sociale;ecologia e tutela dei beni comuni; partecipazione immediata ( e non mediata) e diretta; visione intergenerazionale, riscoperta del significato dell’economia monetaria, valorizzazione della qualità della vita, della creatività, della convivialità del benessere relazionale.
I fabbricanti che partecipano al GAS stanno prendendo coscienza di un certo approccio critico ai consumi implica l’occuparsi di “politica”: progettare, realizzare e sostenere produttori  e filiere produttive impone di entrare nel campo della pianificazione del territorio, dei metodi produttivi, delle regole del lavoro, del come fare finanza.

sabato 5 marzo 2011

LA CULTURA A CHIETI. SPUNTI DI RIFLESSIONE PER UN DIBATTITO APERTO

di Luigi Colagreco
Oggi tutti parlano di cultura a diverso titolo e spesso senza averne alcun titolo. Sembra quasi che l’ambito culturale possa prescindere da specifiche competenze. Gli interventi estemporanei e improvvisati di politici e di funzionari pubblici che molto spesso si trovano in mano, senza saperlo, i gioielli immateriali di una comunità, sono la manifestazione più evidente di questo pericoloso equivoco. La cultura in verità dovrebbe rappresentare il fiore all’occhiello di una qualsiasi amministrazione pubblica. Essa è per l’immaginario di una società ciò che i lavori pubblici sono in ambito materiale. E’ l’architettura immateriale di una comunità che poggia sui “perni identitari”, quelli che la rendono unica e riconoscibile in un mondo come il nostro, caotico e globalizzato. Proprio per questo è necessario che di cultura si parli con il massimo rispetto, non relegandola ai margini dell’attività amministrativa. La politica dovrebbe comportarsi, almeno in questo ambito, al di fuori da logiche spartitorie, rivolgendosi alla comunità nella sua interezza e puntando a lasciare un segno positivo nello sviluppo e nella storia cittadina. Ma qual è il significato della parola “cultura”?
La cultura si presenta in primis come “formazione individuale”, secondo una concezione umanistica, ma anche, in senso antropologico, come il “variegato insieme dei costumi, delle credenze, degli atteggiamenti, dei valori, degli ideali e delle abitudini” (http://it.wikipedia.org/wiki/Cultura) di una comunità. E’ qui, con la seconda accezione, che ci imbattiamo nella visione Politica della cultura. Ciò che è naturalmente un bene della Polis, però, non si traduce sempre in un’azione concreta della politica (che amministra). Quest’ultima avrebbe il compito di partire, nella propria azione, dai suddetti “perni identitari” attorno ai quali costruire un progetto di città, ben identificabile dall’esterno ma soprattutto dall’interno, dalla stessa cittadinanza. Occorre infatti anzitutto creare un feedback positivo tra cittadino e municipalità. Il cittadino deve riconoscersi in pieno nella sua città, percependola come luogo ideale per trascorrere anche il suo tempo libero e quello dedicato alla propria formazione individuale (cultura nella prima accezione). Penso, per passare ad esempi concreti, a come i teatini si riconoscano nella Processione del Cristo Morto del Venerdì Santo e alla sua ritualità che si ripete quasi immutata da secoli. Non c’è bisogno di dire altro: quell’evento, unico nel suo genere, è senza ombra di dubbio riconoscibile. I teatini, seppur in molti casi indifferenti al senso d’appartenenza identitario, durante l’evento si avvertono come comunità, pervasi dal suono delle note del Miserere di Selecchy, rapiti dal corteo che sciorina i simboli della città e coinvolti in un processo di rispecchiamento inconsapevole. Ma chi dovrebbe promuovere la cultura di una comunità? Si sa che il mecenate moderno è rappresentato dalle istituzioni pubbliche, ma anche il privato svolge in tal senso un ruolo fondamentale. Pubblico e privato dovrebbero muoversi sinergicamente, trovare punti di intesa e affidare l’organizzazione di eventi culturali a personalità di chiara e riconosciuta competenza, come si dovrebbe fare per un edificio di particolare interesse pubblico. In questa azione ognuno deve fare la sua parte. Penso alle associazioni culturali organizzate da qualche anno nella Consulta delle associazioni. La consulta è un alto strumento di partecipazione popolare; l’istituzione ha creato una rete proficua di contatti e collaborazioni e ha dato un carattere maggiormente organico all’humus culturale della nostra città. Tuttavia la consulta non è che uno degli attori del mondo culturale della comunità teatina e non può supplire alla mancanza di un indirizzo generale dato dalla politica. E’ necessario che tutte le istituzioni presenti in città, università compresa, si impegnino convergendo verso obiettivi condivisi ma è necessario altresì che, per il bene comune, ognuno faccia un passo indietro, evitando l’attuale frammentazione della proposta culturale cittadina, frutto a volte di eccessivi personalismi e di progetti troppo identificabili con le persone o le istituzioni cui fanno riferimento. Per questo occorre prevedere un iter, non una “gabbia”, con cui si programmi finalmente la cultura a Chieti. Non basta calendarizzare le diverse iniziative, occorre una seria programmazione pluriennale attorno ai suddetti “perni identitari” con obiettivi chiari e raggiungibili e nel segno della massima trasparenza amministrativa. Un’operazione preliminare non facile ma necessaria che permetta di porre a sistema e di promuovere l’identità culturale della città, l’architettura immateriale di una città riconoscibile e consapevole di sé.

mercoledì 2 marzo 2011

... e alla fine la partita si è riaperta!




Si è riaperta la partita in una città -Francavilla al Mare- che in cui per troppi anni i giocatori erano sempre gli stessi, cambiavano casacca e ruoli ma erano sempre le stesse persone.
Sinistra Ecologia e Libertà si presentata alla cittadinanza lo scorso 28 febbraio con un  affollato incontro pubblico che ha visto la partecipazione di Gennaro Migliore della Segreteria Nazionale dicendo forte e chiaro qual è il suo programma. Si è presentata SEL con le facce e la voce di Lucilla Calabria e quella di Francesca Rasetta, due donne francavillesi di adozione che amano la città in cui hanno scelto di vivere e la vogliono migliorare.
In maggio si andrà al voto e SEL è pronta ad essere protagonista della competizione elettorale in una doppia sfida: la presenza in un territorio sguarnito di un partito di sinistra nuovo e innovativo e le partecipazione alle prossime comunali.
C’è bisogno di SINISTRA a Francavilla, una sinitra che garantisca servizi alle persone e che guardi con la massima attenzione alle fasce più deboli della popolazione.
C’è bisogno di ECOLOGIA in un territorio devastato da quaranta anni di una cementificazione inutile e dannosa che ha umiliato il lungomare e la collina.
C’è bisogno di LIBERTA’ dai vassallaggi elettorali che da sempre contraddistinguono la politica cittadina.
SEL a Francavilla c’è,a Francavilla c’è SEL!