di Luigi Colagreco
Oggi tutti parlano di cultura a diverso titolo e spesso senza averne alcun titolo. Sembra quasi che l’ambito culturale possa prescindere da specifiche competenze. Gli interventi estemporanei e improvvisati di politici e di funzionari pubblici che molto spesso si trovano in mano, senza saperlo, i gioielli immateriali di una comunità, sono la manifestazione più evidente di questo pericoloso equivoco. La cultura in verità dovrebbe rappresentare il fiore all’occhiello di una qualsiasi amministrazione pubblica. Essa è per l’immaginario di una società ciò che i lavori pubblici sono in ambito materiale. E’ l’architettura immateriale di una comunità che poggia sui “perni identitari”, quelli che la rendono unica e riconoscibile in un mondo come il nostro, caotico e globalizzato. Proprio per questo è necessario che di cultura si parli con il massimo rispetto, non relegandola ai margini dell’attività amministrativa. La politica dovrebbe comportarsi, almeno in questo ambito, al di fuori da logiche spartitorie, rivolgendosi alla comunità nella sua interezza e puntando a lasciare un segno positivo nello sviluppo e nella storia cittadina. Ma qual è il significato della parola “cultura”?
La cultura si presenta in primis come “formazione individuale”, secondo una concezione umanistica, ma anche, in senso antropologico, come il “variegato insieme dei costumi, delle credenze, degli atteggiamenti, dei valori, degli ideali e delle abitudini” (http://it.wikipedia.org/wiki/Cultura) di una comunità. E’ qui, con la seconda accezione, che ci imbattiamo nella visione Politica della cultura. Ciò che è naturalmente un bene della Polis, però, non si traduce sempre in un’azione concreta della politica (che amministra). Quest’ultima avrebbe il compito di partire, nella propria azione, dai suddetti “perni identitari” attorno ai quali costruire un progetto di città, ben identificabile dall’esterno ma soprattutto dall’interno, dalla stessa cittadinanza. Occorre infatti anzitutto creare un feedback positivo tra cittadino e municipalità. Il cittadino deve riconoscersi in pieno nella sua città, percependola come luogo ideale per trascorrere anche il suo tempo libero e quello dedicato alla propria formazione individuale (cultura nella prima accezione). Penso, per passare ad esempi concreti, a come i teatini si riconoscano nella Processione del Cristo Morto del Venerdì Santo e alla sua ritualità che si ripete quasi immutata da secoli. Non c’è bisogno di dire altro: quell’evento, unico nel suo genere, è senza ombra di dubbio riconoscibile. I teatini, seppur in molti casi indifferenti al senso d’appartenenza identitario, durante l’evento si avvertono come comunità, pervasi dal suono delle note del Miserere di Selecchy, rapiti dal corteo che sciorina i simboli della città e coinvolti in un processo di rispecchiamento inconsapevole. Ma chi dovrebbe promuovere la cultura di una comunità? Si sa che il mecenate moderno è rappresentato dalle istituzioni pubbliche, ma anche il privato svolge in tal senso un ruolo fondamentale. Pubblico e privato dovrebbero muoversi sinergicamente, trovare punti di intesa e affidare l’organizzazione di eventi culturali a personalità di chiara e riconosciuta competenza, come si dovrebbe fare per un edificio di particolare interesse pubblico. In questa azione ognuno deve fare la sua parte. Penso alle associazioni culturali organizzate da qualche anno nella Consulta delle associazioni. La consulta è un alto strumento di partecipazione popolare; l’istituzione ha creato una rete proficua di contatti e collaborazioni e ha dato un carattere maggiormente organico all’humus culturale della nostra città. Tuttavia la consulta non è che uno degli attori del mondo culturale della comunità teatina e non può supplire alla mancanza di un indirizzo generale dato dalla politica. E’ necessario che tutte le istituzioni presenti in città, università compresa, si impegnino convergendo verso obiettivi condivisi ma è necessario altresì che, per il bene comune, ognuno faccia un passo indietro, evitando l’attuale frammentazione della proposta culturale cittadina, frutto a volte di eccessivi personalismi e di progetti troppo identificabili con le persone o le istituzioni cui fanno riferimento. Per questo occorre prevedere un iter, non una “gabbia”, con cui si programmi finalmente la cultura a Chieti. Non basta calendarizzare le diverse iniziative, occorre una seria programmazione pluriennale attorno ai suddetti “perni identitari” con obiettivi chiari e raggiungibili e nel segno della massima trasparenza amministrativa. Un’operazione preliminare non facile ma necessaria che permetta di porre a sistema e di promuovere l’identità culturale della città, l’architettura immateriale di una città riconoscibile e consapevole di sé.
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